Addio,fottiti ma aspettami.

E avevo promesso che avrei fatto rifare l’asfalto per il tuo ritorno,ero pronta. Ero pronta a mostrarti la parte migliore della mia città, per coinvincerti a restare,per non doverti più aspettare.

Invece tu non ci sei e forse nemmeno tornerai.

E passeggio ogni giorno tra quei ricordi, respiro quei momenti che mi tolgono il fiato ogni volta. Mi manchi. Vorrei poterlo dire più forte,senza paura. Vorrei scrivertelo, vorrei sussurrartelo.
Ma non posso.Non posso e come Vasco Brondi mi convinco che tu sia all’estero,fingo che tu tornerai. E resterai.

Non sono davvero così stupida, so che non è così.Ma convincermi che tu un giorno sarai qui per me, ricordare il tuo profumo e scaldarmi con il tuo sorriso nella convinzione che tu presto sarai qui, sembra anestetizzare per un po’, placare il dolore e aspirare dallo stomaco tutto ciò che continua a far male.

Io non resisto più.

Ogni attimo mi sembra una vita lontana da te.
E sembra la frase più fatta del mondo, è la cosa più banale che potessi dire.

Vado avanti a frasi banali, cose scontate e già sentite.
Ma non esiste un altro modo per esprimerlo.

Mi manchi.
Mi manchi che non hai idea.

Vorrei riaverti qui.

Sorridi.
Mi manca tremendamente il tuo sorriso.

Ti prego,torna.

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Lies.

Una delle prime cose che ti inculcano nella testa sin da piccolo è quello di dire sempre la veritá,di essere sincero poi,man mano che gli anni passato,capisci che sostanzialmente crescere vuol dire mentire. Mentire su quello che fai,su quella sigaretta che dici di non aver fumato.

Sto bene

Continui a ripetere.

Non mi manca.

Dici a te stessa prima,agli altri poi.
Fingi che non ti interessi,che non stai morendo dentro.
Sorridi, dici di esser felice.
Poi ti guardi,continui a trovarti cose che non ti piacciono .
Sorridi ancora, sono bellissima,dici.

E forse è per questo che crescere è cosi difficile. Arriva un momento in cui ti senti soffocare. Arriva un momento in cui hai bisogno di sentirti bambino,di essere sincero,di poter piangere senza che nessuno provi pietá per te.

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Cara Catastrofe.

C(l)ara Catastrofe.

Mi è sempre piaciuto questo gioco di parole. Mi piaceva che una delle canzoni che più mi sentivo appiccicate addosso fosse così simile al mio nome.
Mancava una lettera soltanto e improvvisamente diventavo io.
Una catastrofe, un disastro.
Un qualcosa da cui scappare, da evitare. Un concentrato di egoismo, pronto a ferirti quando meno te lo aspetti.
La consapevolezza di essere un’arma, spaventata dall’essere anche minimamente ferita; una bomba terrorizzata dalla sua stessa esplosione. Non mi piace. Non mi piace allontare tutti, non mi piace fingere sul mio essere, su quello che penso. Non mi piace nascondermi e sedermi sul fondo. Non mi piace nascondere fogli pieni di parole. Non mi piace sbrigarmela con le solite frasi fatte quando le persone accanto a me stanno male ed io non so cosa dire. Non mi piace.
Non mi piace non riuscire ad evitare tutto questo nonostante lo senta così distante da me per paura di dire qualcosa di non adatto, di non essere capita.

Mi fanno paura le parole.

Mi butto a capofitto in cose che non possono essere fraintese, nascondo i miei interessi e cerco di apparire una come gli altri, perchè come gli altri significa che non ho nulla di interessante, significa potermene stare in disparte, significa non dover avere paura di essere giudicata.
Ma a volte sono stanca. Di trattenermi negli schemi. Di rispettare punteggiature, di omologarmi e sopprimere ogni mio modo di essere. A volte vorrei che qualcuno mi trovasse speciale. Che lo facesse senza sparire nel momento in cui io mi stavo abituando alla sua presenza. Anche se probabilmente è proprio quello il problema.

i o .

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