“La fortuna è una questione di predisposizione” (vaffanculo,và)

N.B. Ci tengo a sottolineare dal primo momento che se siete persone positive, felici o comunque in linea di massima soddisfatte della vostra vita o state cercando parole di conforto NON CONTINUATE A LEGGERE, perché le parole che seguono potrebbero seriamente istigarvi ad un immediato suicidio.

No, davvero.

Sul serio.

Voglio raccontarvi una piccola storia .
La storia di una grandissima sfigata. Sottolineo che si tratti di sfiga e non di sfortuna. Perché la sfortuna come dice sempre Serena è quella che ti fa perdere parenti, ti diagnostica malattie terminali o boh, come minimo dovresti perdere un arto prima di definirti sfortunato.
Io sono sfigata.
E’ leggermente diverso, più sottile.
La sfiga è quella cosa che ti perseguita ogni giorno, nelle piccole cose. Che tu puoi dormire un giorno e hai un trapano alle sette del mattino nelle orecchie,ad esempio. Che mentre stai festeggiando per una data di un concerto vicino casa ne esce un altro di un altro artista che vuoi vedere da anni nella stessa giornata. Che ti trovi un chiodo piantato nella ruota.
Così, per dire qualcosa. Per fare qualche esempio, che gli esempi sono sempre carini, soprattutto quando poi sono cose passate, superate e finite. E ci bestemmi di più, fondamentalmente.
Ci ridi quando è finito ma che poi pensi “che cazzo ho da ridere”?
E questa è la mia vita, ogni giorno il mondo si diverte a ricordarmi il mio destino, si prende gioco di me e sono sicura che si faccia ricche risate sul mio conto. Ne parli con qualcuno e ti rispondono “tu devi prendere le cose positivamente, perché in fondo se tu le prendi bene, vedrai che andrà meglio.”
Ok. Mettiamo pure che io voglio ringraziare il mondo perché mi si è schiattata una ruota e non so nemmeno se riesco ad arrivare a casa, io poi ci ho provato. Davvero, vi giuro che ci ho provato.
Ho provato a sorridere e guardare positivo . Ho provato a dire ‘vabbè questo cellulare aveva quasi un anno, era ora di cambiarlo, avevo bisogno di uno nuovo più carino.’ Ho provato con ‘vabbè dai, fondamentalmente san Valentino da sola in una città di coppie può farmi servire a capire che devo imparare a stare da sola. Magari questi poi si lasciano anche tra due giorni. O si fanno le corna. Si, quello sta cercando seriamente di flirtare con la ragazza affianco?!’ .

Però davvero, non è cambiato un cazzo.

Quindi non lo so.
Se la felicità è davvero una predisposizione.
So che la sfiga lo è. Che mi scorre dentro e non mi lascerà mai.

Mi ci abituerò mai?

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Mia madre mi parla soddisfatta anche stasera per aver trovato la soluzione del solito quiz show serate. Io sorriso. Sono lacerata ma sorrido. “Se sorridi hai vinto” , ripeto. Ora mi chiedo solo se vale anche per i sorrisi finti . Perchè se vincere significa stare così allora boh, io voglio perdere.

Voglio perdere tutto ma essere felice.

Che poi mi rimprovero, mi prometto di non sbagliare più e ci ricado sempre, sempre più in fondo,sempre più forte. Più dico di inibirmi, più mi lascio soffocare e distruggere.
Mentre tornavo a casa sono scoppiata in uno di quei pianti isterici. Quelli che fondamentalmente non lo sai perchè piangi ma senti di dover buttare un po’ fuori. Guidavo e piangevo. Da sola. Allora ho parcheggiato e ho chiamato l’unico uomo con le palle. Mi piace chiamarlo così,perchè davvero lui è l’unico che finora ho conosciuto che non ragiona con il pene.
L’ho chiamato.
E poi sono stata meglio.
Ora però sto di nuovo male.
Perchè vorrei accanto una persona che non mi ferisca.
Perchè vorrei sentirmi speciale .
Perchè vorrei rialzarmi senza dover chiamare un amico.

Sta ricominciado a far male.
Paure.
Illusioni.
Dolore.
Paure.
Illusioni
Dolore.

All’infinito.
Non finiranno mai di far male.

Devo smetterla di affezionarmi.
Devo smetterla di credere di aver qualcosa di diverso.
Devo smetterla di pensare che qualcuno possa vederlo.

«Starai bene.»

«Non voglio che tu vada via.»

Un filo di voce,che echeggiava chiaro in una stazione affollata.
Aveva gli occhi gonfi, gli strascichi di quella notte con pochi sogni,con poco sonno; li aveva nascosti con le solite Ray-ban blu elettrico. Il resto della faccia coperta dalla barba,lunga e fitta. Si nascondeva. Si nascondeva dagli sguardi esterni. Si nascondeva dallo sguardo di lei.
Lei, così piccola, minuta, indifesa. Lo fissava avvolta nella sua sciarpa mentre lui con lo sguardo basso non sapeva cosa fare. Lei piccola, lui quello debole.
Lo guardava mentre scavava per cercare le parole, le aveva cercate tutta la notte e questo lei lo sapeva ma sapeva anche che quelle parole non esistevano.
Non ci credeva nelle favole, era troppo razionale per farlo. Si stupiva come potesse il ragazzo ancora credere in quel lieto fine, mentre gli stava mostrando che quello era il loro finale e di bello non aveva proprio nulla.

Restò in silenzio a guardarlo affogare nelle sue paure, immobile, in silenzio.

Un metro e cinquantasei di audacia di fronte a quasi due di insicurezza.

«Luana,non voglio che tu vada via.»,disse ancora. Cercò il suo sguardo attraverso quei vetri scuri che gli davano sicurezza e lo trovò, di una tranquillità da fargli paura. Il vederla così a suo agio lo spiazzava.
«Ne abbiamo già parlato.» rispose lei, tirando su la spalla dello zainetto, guardandosi poi intorno alla ricerca del suo regionale.
Voleva scappare,voleva farlo presto.
Le sue braccia erano state casa sua, i suoi sguardi tutto ciò che le importava. Qualcosa,però,era cambiato. Che l’amore sopravvive nonostante i chilometri contro, che le persone si amano nonostante tutto, che le persone possono starti vicino nonostante le distanze,beh, aveva smesso di crederci giorno dopo giorno, quando lei aveva bisogno di lui e lui non c’era. Quando si stringeva le braccia al petto immaginando il suo calore, quando dormiva abbracciando i suoi maglioni per sentirlo meno lontano, quando gli scriveva che era tutto okay e invece non lo era perché lui non c’era, aveva imparato sempre di più a starne senza. Più l’amava più lo respingeva.

«Non ho mai detto che per me andasse bene.» sputò fuori con una vena di rabbia.

«Starai bene,Teo.» Provò a sorridere, le riuscì talmente male che sembrò una smorfia di dolore. Forse era quello che stava facendo, farsi del male da sola, farne ad entrambi.

«Starò bene.» gli fece eco. «Ma niente mi farà mai bene quanto te.» aggiunse.

Lei non rispose, fece soltanto un passo verso di lui sprofondando nel suo petto. Strinse per un attimo tutte le sue paure, quella più grande, di perderla, quella di non farcela, quella di vedere i suoi sogni frantumarsi come ogni cosa che toccava. In quell’abbraccio sentì tutto il suo dolore, la sua voglia di lottare. Cercava di apparire forte, lei che stava scappando. Lei, che si stava nascondendo dietro una maschera di indifferenza. Stava fuggendo spaventata da quell’arcobaleno di colori che lui gli aveva mostrato, perché sapeva che prima o poi sarebbe finita, che era troppo grande per le favole e allora tanto valeva distruggere tutto prima che quei colori diventavano ancora più belli, prima che sfumasse tutto senza che lei riuscisse a delimitarne i contorni.

Rimase li, abbracciata a quelle paure, che erano un po’ anche le sue.

Poi quella voce annunciò il suo treno e in quel momento capì che non voleva andare via. Si strinsero più forte, sapendo che sarebbe stata l’ultima volta. Si aggrapparono a quello stesso dolore, lo afferrarono perché in quel momento era una delle poche cose che sembrava unirli.

Lei si scostò, lui immediatamente si asciugò una guancia.

Lei sorrise, lui sospirò .

Scrollò le spalle e si voltò senza dire nulla, guardò il numero sul suo biglietto e trascinò il trolley fino all’entrata del suo vagone.

Quando si sedette al suo posto e tirò fuori l’Ipod ascoltò proprio la canzone che avrebbe fatto più male.
L’aveva scritta lui.
L’aveva scritta per lei.
Lasciò che le lacrime le rigassero il viso nella maniera più composta possibile.
Il treno partì, le lacrime aumentavano ad ogni parola.
“Staremo bene.” Inviò.

“Saremmo stati meglio,insieme.” Arrivò qualche minuto dopo.
Guardò fuori dal finestrino, asciugò il viso con la manica della felpa.
Stava scappando da lui, ci stava riuscendo.
Ora doveva solo riuscire a scappare anche da se stessa.


‘Words can’t bring me down.’

A volte c’è bisogno di aggrapparsi a qualcosa.
Musica,parole,persone.
Che poi quest’ultime ti fottono per la maggior parte dei casi ma sono dettagli. Per quella piccola possibilità che non lo facciano e si dimostrino persone magnifiche ne vale la pena, se non avessi rischiato oggi probabilmente mi ritroverei senza quelle tre o quattro persone così importanti nella mia vita.

A volte si rischia di perdere tutto per acciuffare qualcosa.

Oggi a lezione mentre scrivevo parole random di una spiegazione che sembrava lontanissima da me, c’è stata una frase che ha attirato molto la mia attenzione. Diceva “L’ora più buia è vicinissima all’alba” .
Oddio, forse tendo a vedere io tutto sempre più nero di quanto lo sia davvero e me ne rendo conto, tendo a dare sempre troppo spazio alle cose negative con i miei quaranta sbalzi d’umore, però ci voglio credere che arriverà l’alba, perchè l’ho vista e in quel momento ho saputo che ne era valsa la pena passare tutta la notte ad aspettarla al buio.
E quindi penso che non voglio farmi distruggere da quelle stesse cose che sanno farmi stare bene.Parole,passioni,persone.

‘Le parole non possono abbattermi’.

Non so dove voglio arrivare con questo post, non so nemmeno perchè sto scrivendo i miei pensieri visto che ogni volta mi riprometto di non farlo più.

Semplicemente io non lo so se sono bellissima, se sono forte, se sono brava in qualcosa. Però so che ci ho provato, non sempre ci ho creduto ma fondamentalmente ho lottato. Ho lottato per le persone, anche per quelle non so nemmeno se lo meritavano. Ho dato tante di quelle seconde e terze e quarte possibilità, ho provato a credere nei cambiamenti, ho provato a interpretare sempre tutto giustificando comportamenti e azioni, forse sbagliando,forse no.

Però poi ci sono giorni in cui arrivo a buttarmi giù a tal punto da non avere la forza nemmeno di dire che c’è qualcosa che non va.
“Come stai?”
“Bene,tu?”
Che poi non la ascolto nemmeno la risposta perchè tanto sono tutte balle.
In questi giorni, quando ti senti così a terra da pensare che non avrai la forza di rialzarti, quando ti senti umiliata e invisibile a tal punto da pensare che forse quel buio comincia a far troppa paura e chissà se ne vale la pena, entra in gioco la musica. Quella che a volte ti ferisce perchè sai di non essere abbastanza, perchè avevi immaginato un percorso diverso con lei. Arriva la musica e ti rialza. Perchè guardi una come lei e pensi forse lei è solo una che non si è arresa alle paure.
“Lei,però, è bellissima davvero”, ti dici. Intanto quelle tre o quattro persone cercano di rialzarti.

“Vorrei tu potessi vederti con i miei occhi”, ti dice qualcuno.
“Devi solo credere più in te stessa.”, ti ripete sempre qualcun altro.
“Avrai quello che meriti.”, ancora.

Un messaggio enorme per dire che sono stanca di rincorrere persone, di umiliarmi, di non sentirmi mai abbastanza. Che proverò sempre più a pensare alle parole belle che a quelle che leggo che non mi piacciono che siano rivolte a me o a qualcun’altro che invece ne ha per tutti tranne che per me.

Sono stanca delle persone che non sanno dare peso alle parole e di quelle che restano in silenzio anche quando ci sarebbe tanto da dire.

Io non lo so se sono bellissima, se oggi è l’ennesima giornata di merda o è una giornata fantastica. Se sbaglio io a mettermi troppo in discussione o gli altri a farlo troppo poco.

ma davvero

“le parole non possono abbattermi
per cui non fatemi abbattere oggi”

e non mi rompete le palle.

CC.