«Starai bene.»

«Non voglio che tu vada via.»

Un filo di voce,che echeggiava chiaro in una stazione affollata.
Aveva gli occhi gonfi, gli strascichi di quella notte con pochi sogni,con poco sonno; li aveva nascosti con le solite Ray-ban blu elettrico. Il resto della faccia coperta dalla barba,lunga e fitta. Si nascondeva. Si nascondeva dagli sguardi esterni. Si nascondeva dallo sguardo di lei.
Lei, così piccola, minuta, indifesa. Lo fissava avvolta nella sua sciarpa mentre lui con lo sguardo basso non sapeva cosa fare. Lei piccola, lui quello debole.
Lo guardava mentre scavava per cercare le parole, le aveva cercate tutta la notte e questo lei lo sapeva ma sapeva anche che quelle parole non esistevano.
Non ci credeva nelle favole, era troppo razionale per farlo. Si stupiva come potesse il ragazzo ancora credere in quel lieto fine, mentre gli stava mostrando che quello era il loro finale e di bello non aveva proprio nulla.

Restò in silenzio a guardarlo affogare nelle sue paure, immobile, in silenzio.

Un metro e cinquantasei di audacia di fronte a quasi due di insicurezza.

«Luana,non voglio che tu vada via.»,disse ancora. Cercò il suo sguardo attraverso quei vetri scuri che gli davano sicurezza e lo trovò, di una tranquillità da fargli paura. Il vederla così a suo agio lo spiazzava.
«Ne abbiamo già parlato.» rispose lei, tirando su la spalla dello zainetto, guardandosi poi intorno alla ricerca del suo regionale.
Voleva scappare,voleva farlo presto.
Le sue braccia erano state casa sua, i suoi sguardi tutto ciò che le importava. Qualcosa,però,era cambiato. Che l’amore sopravvive nonostante i chilometri contro, che le persone si amano nonostante tutto, che le persone possono starti vicino nonostante le distanze,beh, aveva smesso di crederci giorno dopo giorno, quando lei aveva bisogno di lui e lui non c’era. Quando si stringeva le braccia al petto immaginando il suo calore, quando dormiva abbracciando i suoi maglioni per sentirlo meno lontano, quando gli scriveva che era tutto okay e invece non lo era perché lui non c’era, aveva imparato sempre di più a starne senza. Più l’amava più lo respingeva.

«Non ho mai detto che per me andasse bene.» sputò fuori con una vena di rabbia.

«Starai bene,Teo.» Provò a sorridere, le riuscì talmente male che sembrò una smorfia di dolore. Forse era quello che stava facendo, farsi del male da sola, farne ad entrambi.

«Starò bene.» gli fece eco. «Ma niente mi farà mai bene quanto te.» aggiunse.

Lei non rispose, fece soltanto un passo verso di lui sprofondando nel suo petto. Strinse per un attimo tutte le sue paure, quella più grande, di perderla, quella di non farcela, quella di vedere i suoi sogni frantumarsi come ogni cosa che toccava. In quell’abbraccio sentì tutto il suo dolore, la sua voglia di lottare. Cercava di apparire forte, lei che stava scappando. Lei, che si stava nascondendo dietro una maschera di indifferenza. Stava fuggendo spaventata da quell’arcobaleno di colori che lui gli aveva mostrato, perché sapeva che prima o poi sarebbe finita, che era troppo grande per le favole e allora tanto valeva distruggere tutto prima che quei colori diventavano ancora più belli, prima che sfumasse tutto senza che lei riuscisse a delimitarne i contorni.

Rimase li, abbracciata a quelle paure, che erano un po’ anche le sue.

Poi quella voce annunciò il suo treno e in quel momento capì che non voleva andare via. Si strinsero più forte, sapendo che sarebbe stata l’ultima volta. Si aggrapparono a quello stesso dolore, lo afferrarono perché in quel momento era una delle poche cose che sembrava unirli.

Lei si scostò, lui immediatamente si asciugò una guancia.

Lei sorrise, lui sospirò .

Scrollò le spalle e si voltò senza dire nulla, guardò il numero sul suo biglietto e trascinò il trolley fino all’entrata del suo vagone.

Quando si sedette al suo posto e tirò fuori l’Ipod ascoltò proprio la canzone che avrebbe fatto più male.
L’aveva scritta lui.
L’aveva scritta per lei.
Lasciò che le lacrime le rigassero il viso nella maniera più composta possibile.
Il treno partì, le lacrime aumentavano ad ogni parola.
“Staremo bene.” Inviò.

“Saremmo stati meglio,insieme.” Arrivò qualche minuto dopo.
Guardò fuori dal finestrino, asciugò il viso con la manica della felpa.
Stava scappando da lui, ci stava riuscendo.
Ora doveva solo riuscire a scappare anche da se stessa.


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